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Mar 16

BLOCKCHAIN E BITCOIN, OGGI TUTTI NE PARLANO MA POCHI SANNO COSA SIANO E COME FUNZIONANO.

BANNER FB (2)BLOCKCHAIN E BITCOIN, OGGI TUTTI NE PARLANO MA POCHI SANNO COSA SIANO E COME FUNZIONANO.

PROVIAMO A SPIEGARVELO CON 3 OTTIMI ARTICOLI. 

 

COS’E’ BLOCKCHAIN (LA TECNOLOGIA DEI BITCOIN) E PERCHE’ CAMBIERA’ IL MONDO.

Per l’Economist rappresenta la prossima grande rivoluzione.  Oggi tutti ne parlano, ma pochi sanno bene cosa è e come funziona. Le banche lo temono, ma alcune ne riconoscono l’utilità.  Stiamo parlando di Blockchain, la tecnologia alla base di Bitcoin, la rete peer-to-peer che consente di pagare beni e servizi senza fare uso di valuta a corso legale e senza ottenere l’autorizzazione di un ente centrale (governo, banche…). Nel mondo si stima siano quasi 10 milioni le persone che fanno scambi con bitcoin, che partito con un valore unitario di 0,0025 dollari (il primo acquisto noto, nel 2010, fu di un paio di pizze, dal valore di 25 dollari circa, con 10.000 bitcoin), oggi ne vale circa 330, con punte in passato di 1.200.

Ma quali sono le opportunità che questa nuova tecnologia comporta? Millionaire lo ha chiesto a Giacomo Zucco, 32 anni, laureato in fisica teorica con un passato in Accenture, che da diversi anni si occupa del fenomeno. Oggi, oltre che partner del network di consulenza WMO di Paolo Barrai, è l’ideatore di Assob.IT, associazione che riunisce tutti gli esperti del settore (imprenditori, startupper, studiosi, hacker o semplici appassionati) per dare informazioni sul fenomeno.  E ha anche lanciato da pochi mesi FintechLAB, una Fondazione di ricerca con annesso un incubatore per idee imprenditoriali nel settore.

Ci dai una definizione di Blockchain?

«La definizione tecnica è ” libro mastro decentralizzato e crittograficamente sicuro di transazioni”. Più in generale, possiamo dire che è una tecnologia che permette di scambiare su internet non solo informazioni ma, per la prima volta, anche proprietà. Non solo il pagamento o lo scambio di beni e servizi, ma qualsiasi altra forma di collaborazione tra uomini potrà approfittare delle possibilità offerte dalla rete, grazie a questa innovazione. La differenza con altri sistemi peer-to-peer, come ad esempio Bittorrent, che viene usato per scambiare file musicali o video in rete, è la scarsità: un bitcoin, a differenza di un file mp3, non è infinitamente riproducibile, non è duplicabile. Non ne potranno nemmeno essere creati di nuovi in quantità infinita: i bitcoin contenuti nel protocollo sono come l’oro in una miniera, che contiene solo una quantità predefinita di metallo, dopo di che si esaurisce»

NELLA FOTO GIACOMO ZUCCO

giacomo-zucco

Qual è il suo valore?

«Il valore di un bitcoin è dato dalla sua utilità come “oro digitale” e dal fatto che permette l’utilizzo del sistema Bitcoin. E il valore del sistema Bitcoin è quello di poter portare la finanza e il commercio nell’era di Internet senza dover passare da terze parti fiduciarie o da enti centrali. Si tratta di una rivoluzione paragonabile a quella rappresentata da Internet stessa negli anni ’90. Mi piace fare un esempio sulla tecnologia e-mail: che valore aveva un indirizzo email appena la tecnologia è comparsa? Un appassionato di tecnologia poteva anche aprirsi un indirizzo e-mail, nel 1993, ma a chi poteva scrivere, se nessun’altro ancora la utilizzava? Eppure già allora i più acuti potevano capire di avere a che fare con il futuro delle comunicazioni. Ebbene con Bitcoin sta accadendo la stessa cosa.  Anche se il numero di utilizzatori è ancora minuscolo, e quindi le possibilità di utilizzo effettivo della tecnologia sono ancora solo embrionali, chi studia il sistema capisce di trovarsi davanti al futuro della finanza e del commercio. Quindi conviene essere in anticipo sul fenomeno».

In che modo?

«Innanzitutto studiandolo. Poi, pur consci dell’incertezza di una simile scommessa, procurandosi anche qualche bitcoin, immaginando, in caso di diffusione, un valore futuro molto più alto di quello attuale, proprio per la sua scarsità. E poi investendo in nuovi progetti e startup del settore: come nel caso di Internet, una volta diffuso il protocollo di base rimane ancora un intero ecosistema da costruirci sopra!».

Come si ottengono i bitcoin?

«Per chi ha i mezzi necessari è possibile produrli, o meglio “estrarli”, aiutando a mettere al sicuro la rete tramite la risoluzione di complessi “enigmi” crittografici. Come si fa? Con un software libero e con (costosi) circuiti stampati ad hoc, mettendo quindi a disposizione una potenza di calcolo molto elevata. Chi risolve gli “enigmi” ed “estrae” i bitcoin, mettendo così al sicuro la rete, si chiama in gergo “miner” (minatore), proprio perché come un minatore deve tirare fuori una risorsa che esiste in quantità finita (e sempre più scarsa) dalla miniera dalla rete. Non si tratta più, oggi come oggi, di un’attività per principianti: ora è necessario un investimento industriale importante. Più facile e alla portata di tutti è acquistare bitcoin, anzichè estrarli, pagandoli normalmente in euro, o tramite transazioni private (in questo caso si va sui forum del settore e si cercano persone disposte a venderli) o accedendo ai numerosi mercati online (exchanges, come per esempio www.kraken.com, o l’italiano www.therocktrading.com) dove è possibile fare offerte di acquisto. Per ricevere e detenere i bitcoin, basta semplicemente avere un software che si chiama “Bitcoin Wallet”: ne esistono di diversi tipi, spesso gratuiti, anche sotto forma di app per smartphone. Si può anche partecipare al funzionamento della rete senza essere necessariamente dei miner, mantenendo un cosiddetto “full-node”: basta andare sul sito https://bitcoin.org/en/full-nodee scaricare il software open source e gratuito da far girare sul proprio computer: ».

Come è la situazione oggi in Italia intorno al fenomeno?

«C’è ancora molto sospetto nel mondo finanziario, anche se alcune banche iniziano a interessarsi e finanziare startup del settore (25 tra le banche più grandi del mondo sono da poco entrate nella startup R3, che punta a creare delle specie di “blockchain private” dedicate al mondo finanziario tradizionale). In Italia abbiamo tanti esperti e studiosi del settore. L’interesse è alto. Difficile fare una stima invece di quanti utilizzano la tecnologia nel nostro Paese: gli indirizzi bitcoin non sono nominali, e ogni utente ne può creare potenzialmente infiniti…d’altro canto, molti utenti non usano direttamente un indirizzo bitcoin, perchè si affidano a wallet fiduciari forniti da terze parti, come delle specie di “banche”, come nel caso di www.coinbase.com».

Principali vantaggi e svantaggi?

«A differenza di quanto spesso si dice, la tecnologia blockchain attuale ha lo svantaggio di essere comparativamente inefficiente per effettuare transazioni di valore: rispetto a sistemi fiduciari e centralizzati, come VISA o PayPal, le transazioni Bitcoin sono meno scalabili (al momento non possono esserne gestite più di 7 al secondo), più lente (anche se le transazioni sono istantanee, le conferme da parte dei “miners” arrivano dopo decine di minuti), più costose (anche se oggi il costo della rete in gran parte non è pagato da chi fa transazioni, ma dall’inflazione implicita nel procedimento di “mining”). Ma a fronte di questi svantaggi, il vantaggio è che, sempre al contrario di quello che molti pensano, si tratta di una tecnologia notevolmente più sicura. Pagamenti in PayPal o MasterCard, possono essere manipolati, respinti, modificati o bloccati, da un hacker che attacca i server della compagnia, un dipendente della compagnia stessa o da un ente governativo. Con Bitcoin tutto questo non può succedere».

Giancarlo Donadio millionaire.it

Di Redazione Millionaire 13 novembre 2015

bitcoin

Da secoli l’uso della moneta si evolve secondo la tecnologia disponibile e i bisogni della società. Bitcoin è una forma di moneta, ogni moneta è informazione. L’informazione deve essere scambiata, solo così potrà essere riconosciuta e associata a un valore, soprattutto nella modalità del mondo odierno disegnato a rete.

Cosa può tradire la fiducia

problemi nascono quando per realizzare questi scambi ci sono intermediari che tradiscono la fiducia, in particolare:

1. nella banca centrale, che non inflazioni la valuta (es. quantitative easing, ossia uno strumento per immettere più liquidità nel mercato al fine di incentivare indirettamente le famiglie e le imprese al consumo);

2. nella banca, che non fallisca portandosi via i nostri fondi sui conti correnti (vedi bail-in, in altre parole, in caso di fallimento, non paga più lo Stato, ma azionisti, creditori e correntisti);

3. nel governo, che non confischi o blocchi i trasferimenti (governo Amato nel ’92);

4. nella valuta nazionale, che venga accettata dappertutto (o venga esclusa da un sistema più forte, per esempio l’euro);

5. nella protezione della privacy, che non venga violata negli acquisti online.

Chi crede nelle criptovalute, come bitcoin, ritiene che la storia (Argentina, Cipro, Grecia, eccetera) abbia già mostrato che non è possibile aver fiducia in tutti questi soggetti concatenati, perché ognuno è portatore dei propri interessi. Un ente centralizzato in effetti può cambiare, omettere o cancellare qualsiasi dato che passi attraverso il suo controllo. Dato che in questi enti ci sono le persone esse sono per natura corrompibili.

Di cos’è fatta la “pre-fiducia”

Quindi, ora non solo si elimina la frizione, i costi e i tempi delle transazioni, ma soprattutto si elimina la corruzione. È di fatto impossibile corrompere il registro: non si può scriverlo da soli; e non lo si può cambiare se lo hanno scritto gli altri; non è più un lavoro umano.

Il tema è: se non c’è fiducia allora ci deve essere una rete che svolga effettivamente un lavoro, associato a un costo, affinché risulti impossibile truccare il sistema. Dato che non si conoscono gli altri soggetti con i quali si scambiano i valori dobbiamo “pre-fidarci” di 3 fondamentali elementi: matematici, tecnici ed economici.

1. Matematici, con la crittografia asimmetrica, ossia il concetto delle chiavi pubbliche e private, che serve per certificare chi è il l’autentico possessore del bene;

2. Tecnici, con la rete che raggiunge il consenso con la “proof of work”, e valida la transazione prima di essere permanentemente trascritta sulla blockchain, così non è più possibile ripeterla fraudolentemente (risolvendo il problema della doppia spesa);

3. Economici, per via dell’incentivo a guadagnare con i bitcoin. Per questi motivi una blockchain pubblica non può vivere, se vogliamo garantirne la massima sicurezza, senza l’uso dei bitcoin.

Tutti i suddetti sistemi sono disegnati per funzionare insieme senza bisogno di intermediari.

Adesso le persone iniziano a usare le criptomonete, ad esempio bitcoin, come mezzo di pagamento e al contempo si diffondono rapidamente anche coloro che la accettano. Con il sito coinmap.org si possono visualizzare sulla mappa i luoghi dove avvengono tali scambi. Qual è l’infrastruttura che supporta questo scambio? La blockchain.

Blockchain, l’infrastruttura che fa girare i bitcoin

La blockchain, per definirla in questo contesto con parole semplici, è un marcatore temporale, quindi è solo una conseguenza.

Quello che è importante è il protocollo, è la sicurezza data dalla crittografia con cui sono firmate le transazioni. Non è importante l’estratto conto, ma quanto è affidabile quel dato che è pubblicamente disponibile. Finora, paradossalmente, ci siamo fidati del pezzo di carta nelle mani di chiunque. Ma i documenti cartacei oggi sono facilmente falsificabili, c’è da fidarsi di più se leggiamo l’attestazione della proprietà sulla blockchain.

De Lavoiser affermava: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». Ma era una legge che vale solo per il mondo materiale. Per il mondo digitale, in formato blockchain, la nuova legge è: «Tutto si crea, nulla si distrugge, nulla può essere cambiato».

Massimo Chiriatti

Startupitalia.eu 15.03.2016

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Aveva «una camionata di debiti», poi chiama la sua startup Blockchain (e raccoglie 30,5 milioni)

Quasi simultaneamente Draghi, Putin e il Corriere si interessano di blockchain. Perché stanno saltando i paradigmi della finanza mondiale, e i protagonisti di questa svolta epocale sono i trentenni.

In una settimana: la Bce pubblica un report sul “futuro dell’infrastruttura del mercato finanziario europeo” nel quale «si propone di valutare la rilevanza di tecnologie come la blockchain», la Banca centrale russa insedia una taskforce per studiarla e nell’Italia di Banca Etruria e di Mario Draghi, il Corriere della Sera dà ampio risalto a bitcoin e blockchain: lo fa col suo vicedirettore Federico Fubini, uno di quelli che quando scrive di economia e banche centrali arriva sulle scrivanie di mezza Europa.

Tre indizi fanno una prova, si dice. Sta accadendo qualcosa, o forse è già accaduta: algoritmi, protocolli, reti e tutte quelle cose che sembravano solo affari da nerd, per forza o per necessità si stanno imponendo sui mercati e stanno cambiando per sempre i paradigmi della finanza mondo.

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Blockchain, un brand più forte di Coca Cola

Non sappiamo praticamente nulla di chi c’è dietro bitcoin (e credetemi, è meglio così), ma del motore che lo fa funzionare sappiamo molto di più, o meglio… molti ne parlano, altri la studiano, altrettanti la usano. Si chiama Blockchain (anche se tecnicamente si scrive block chain, staccato), la catena di blocchi p2p che rende praticamente invulnerabile il processo di trasmissione e validazione delle transazioni in bitcoin. E Blockchain è anche il nome di una startup, molto fortunata o semplicemente molto furba, perché ne sfrutta non solo la tecnologia ma anche il nome. Un nome che, secondo alcuni, potrebbe essere destinato addirittura a diventare più noto della Coca Cola.

Sono partiti in 3 e adesso ci lavorano in 36. Fanno 6 milioni di utenti e hanno raccolto 30,5 milioni in un round A tra investitori della Silicon Valley, Wall Street e Londra.

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I founders sono 3 Millennials

Peter Smith, Ben Reeves e Nicolas Cary. I founders di Blockchain sono tuttitrentenni e sono un pezzo di quella generazione di Millennials (che poi è anche quella di chi scrive) che ha visto nascere e crescere l’ecosistema Internet così come lo conosciamo oggi, dai primi browser, alla nascita di Google, ai social network e, infine, quella che oggi potremmo definire la “code economy”, dove una riga di codice scritta bene può davvero cambiare il mondo. Alcune diventano stars e emblema vivente delle proprie creature, come Mark Zuckerberg, ad esempio. Altri, come quelli di Blockchain, appunto, sono nomi che tra addetti ai lavori conosciamo, ma che preferiscono stare nelle retrovie. Scelta anche molto comprensibile, visto che conviene soprattutto a loro giocare sull’equivoco blockchain tecnologia/Blockchain startup che usa la blockchain.

Il recinto di Nicolas

Il vicedirettore del Corriere della Sera, durante una pausa caffè al World Government Summit di Dubai, è riuscito a scambiare 2 battute con Nicolas Cary, e grazie a questa breve intervista (anche se il titolo è un po’ misleading) riusciamo anche noi a scoprire qualcosa in più su uno dei 3 trentenni che usando i suoi algoritmi sui protocolli della blockchain viene indicato come uno di quei ragazzi che sta riscrivendo le sorti della finanza mondiale. «Le banche – dice Cary al quotidiano di via Solferino – dovranno ripensare il loro ruolo. Un terzo dei millennials non prevede di aprire un conto in banca, basta una app sul cellulare».

Titoli e meriti a parte, il founder di Blockchain (la startup) rivela anche al Corriere una cosa che potrebbe sembrare banale, ma non lo è: «Sono uscito dall’università con una camionata di debiti». Aveva chiesto prestiti alle banche per pagarsi gli studi. E oggi non nasconde la sua quasi naturale antipatia verso “i padroni dei soldi”: «Per fortuna ora ho saldato tutto. Ma è stata un’esperienza formativa per la mia visione del denaro, della diseguaglianza e delle opportunità». Forse dietro il successo della sua startup c’è anche questo: la necessità o voglia di risolvere un problema personale. E’ successo e succede alle migliori startup, quelle che davvero sono destinate a farcela e sulle quali un venture o un investitore decide di investire, sono sempre quelle nate da un problema da risolvere. 

Il problema dei trentenni come Cary si chiamava recinto. Un recinto che purtroppo tende a chiudere i soldi e spesso, troppo spesso, a darne e/o a farli girare solo a chi ne ha già. Per questo Nicolas ha colto l’attimo e fondato Blockchain. Non perché voleva riscattarsi: voleva diventare lui il recinto. E forse i tempi sono anche maturi per iniziare a scrivere chiaramente che di recinti, nel fintech, ce ne sono tanti ormai e lì tutti, tra fornitori e utilizzatori, sono poco più o poco meno che trentenni: messi insieme fanno un recinto ancora più grande. Un recinto col quale le banche dovranno molto presto fare i conti.

Aldo V. Pecora

Startupitalia.eu 3 marzo 2016

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